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L’autore di questo libro fu ministro degli Esteri di Israele durante i negoziati di Camp David, promossi dal presidente americano Clinton per la soluzione della questione palestinese. Ma non crede che il fallimento di quel tentativo debba essere attribuito esclusivamente alla imprevidenza e all’estremismo di Yasser Arafat. Clinton, scrive Shlomo Ben-Ami, «non fu capace di sensibilizzare i governi arabi... e non costruì solide ed efficaci fondamenta internazionali per sostenere e legittimare a livello globale il suo accordo di pace». Basterebbe questa osservazione per dimostrare che Ben-Ami non è oggi il portavoce e l’avvocato difensore della linea politica perseguita dal governo del suo Paese.
L’autore ricorda che all’origine della questione palestinese vi sono anzitutto le diverse percezioni dei due gruppi nazionali che vivono da allora su una stessa terra. Mentre gli arabi vedevano negli «intrusi» soltanto un altro volto del colonialismo europeo, gli ebrei consideravano se stessi come le avanguardie di un nobile e legittimo movimento nazionale. Da allora molti fattori hanno contribuito a rendere la questione ancora più drammaticamente imbrogliata: i primi moti arabi alla fine degli anni Venti, la grande rivolta antibritannica e antiebraica del 1936, la politica ondivaga del governo britannico, la nascita in ambedue i campi di personalità radicali, più inclini allo scontro che alla conciliazione, l’importanza dell’establishment militare nella politica israeliana dopo la guerra del 1948.
Alla fine del libro lo storico diventa nuovamente diplomatico ed esprime il convincimento che soltanto «una coalizione internazionale di pace guidata dagli Stati Uniti» possa imporre ai contendenti la soluzione del loro conflitto. È un modo per dire che i due «nemici», benché ormai esausti, non possono fare la pace da soli. |
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