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È opinione comune che nell’Europa orientale il comunismo sia crollato come effetto del trionfo della libertà e del libero mercato contro l’oppressione dell’Unione Sovietica, la superpotenza che lo aveva imposto «sotto la minaccia delle armi». In realtà le rivoluzioni a cui abbiamo assistito durante gli anni Ottanta sono più complesse dell’immagine stereotipata del popolo buono che rovescia il regime cattivo. Anche se la violenza fu un fattore determinante nella conquista del potere, è pur vero che nell’Europa orientale, durante le prime elezioni postbelliche, i partiti comunisti filomoscoviti si guadagnarono una forte percentuale del consenso popolare. I regimi che nacquero allora non furono soltanto dei governi fantoccio e ciascun paese sviluppò un suo peculiare modello di comunismo, talvolta anche scontrandosi con Mosca.
Nel 1989 non si trattò semplicemente di «rovesciare» Mosca, ma di risolvere problemi interni in ciascun paese, di rivedere antichi accordi con le vecchie élite e i compromessi a cui erano scesi i leader rivoluzionari e i veterani del comunismo. La rabbia e la volontà popolare hanno poi avuto una profonda influenza nel plasmare le varie sollevazioni che hanno portato a una delle più grandi trasformazioni della storia. Con particolare attenzione alla Polonia, «madre della rivoluzione nell’Europa orientale», e concludendo con un esame ravvicinato del 1989, Pleshakov compie un excursus nei vari paesi coinvolti nelle sollevazioni di quegli anni offrendoci una prospettiva diversa dalla convenzionale formula con cui solitamente si esaminano gli eventi di quegli anni, studiando da vicino ogni singolo percorso rivoluzionario nel suo contesto e valutandolo come esito inevitabile di questioni interne e conflitti sociali.
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